La Pietà di Giovanni Acci
olio su carta, cm 30,3 x 25
Ci troviamo sul Monte Calvario, a poca distanza dalla croce del sacrificio: è il pomeriggio inoltrato del Venerdì Santo.
Solo due personaggi occupano la scena: Gesù morto e la Madre. Sono posti in primo piano; lo spazio appare come un paesaggio desertico. Il cielo è solcato da pennellate distese in senso orizzontale, che rendono un’atmosfera cupa ormai in via di dissipazione. Il terreno, brullo, è cosparso di piccoli sassi.
II corpo di Cristo è disteso al suolo; il busto rialzato posa sul grembo della Madre. È mostrato dai piedi, con una visione frontale delle stimmate, seppur appena accennate ma ben riconoscibili: i fori sulle mani e nei piedi, la ferita al costato.
Maria, alle spalle del Figlio, appare inginocchiata; ne sorregge il corpo quasi in un abbraccio. Un manto la avvolge; del volto si scorge la bocca aperta in un grido di dolore, mentre gli occhi sono appena accennati. Appoggia dolcemente la guancia sul capo di Gesù, in un contatto fisico delicato e profondamente materno; è disposta in modo da lasciare libera e diretta allo sguardo la visione del Figlio esanime. In questo modo il suo dolore si trasferisce in quello di chi osserva, chiamato a confrontarsi con un corpo inerte, privo di vita: l’icona di un uomo non ancora trasfigurato nel Salvatore, Figlio di Dio.
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Il Compianto è la scena immediatamente successiva alla Deposizione di Cristo dalla croce: è un'immagine di carattere narrativo nella quale un gruppo di persone a lui vicine e discepoli si raccoglie per condividere il dolore collettivo.
La Pietà, invece, rappresenta l'aspetto devozionale del tema e mostra la disperazione intima, solitaria e inconsolabile di Maria, che tiene tra le braccia, per l'ultima volta, il figlio morto prima della sepoltura. Si tratta di un soggetto che non fa riferimento ad alcun passo evangelico, né ai Vangeli apocrifi, ma all'esperienza umana. Svincolato dall'osservanza di un testo, è stato interpretato dagli artisti di ogni epoca con rara intensità emozionale come una meditazione sulla morte di Cristo. Centrando l'attenzione sulla figura di Maria, la Pietà può essere considerata il corrispettivo dello Stabat Mater nella musica sacra; mentre un parallelo letterario di impressionante efficacia può essere individuato in Jacopone da Todi, nella struggente lauda “Pianto della Madonna”. Le ombre accentuate si dipartono dal gruppo e, attraversando la scena, creano una separazione che concentra il nostro sguardo sul primo piano, dove si svolge il dramma. La scelta dell'artista di esporre Gesù disteso, visto con i piedi in avanti, rompe con la tradizione di rispetto e distanza gerarchica solitamente accordata alla sua figura e contribuisce a una forte umanizzazione di Cristo, fattosi uomo, uno come noi. In una sperimentazione prospettica del corpo di Cristo morto, quest'opera di Giovanni Acci richiama il capolavoro del grande maestro Andrea Mantegna, Compianto sul Cristo morto (dipinto attorno al 1480-1490). |
Il tema è sviluppato "a guazzo” con colore a olio su cartoncino di quelli utilizzati nella stamperia artistica: ciò fa pensare a una remota possibilità che l'opera potesse essere concepita anche come prototipo per una serie di copie litografiche, progetto mai portato a termine.
Non è dato sapere come e se questo studio sarebbe proseguito in un ulteriore elaborato pittorico; il disegno del corpo di Cristo, ad esempio, non scandisce dettagli anatomici (tanto cari all'artista), ma la rappresentazione è improntata su linee limitate. Forma e contenuti, con la semplicità tecnica di solo bruno Van Dyck alquanto diluito, ricostruiscono un efficace linguaggio di immediatezza, resa attraverso una spartizione monocromatica di luci e ombre, rapida e di carattere ''bozzettistico'' come si può evincere dall'imperfezione dei contorni resi di getto e dalla correzione della posizione della croce.
Acci, con poche tracce di colore, affrontando un tema di alta spiritualità, riesce a dar forma a una composizione spoglia, di drammaticità accentuata: un'immagine di dolore incommensurabile e composto, quasi estatico, in un silenzio che non si esaurisce nello sguardo, ma si prolunga nella partecipazione emotiva di chi osserva.
Il tema è sviluppato "a guazzo” con colore a olio su cartoncino di quelli utilizzati nella stamperia artistica: ciò fa pensare a una remota possibilità che l'opera potesse essere concepita anche come prototipo per una serie di copie litografiche, progetto mai portato a termine.
Non è dato sapere come e se questo studio sarebbe proseguito in un ulteriore elaborato pittorico; il disegno del corpo di Cristo, ad esempio, non scandisce dettagli anatomici (tanto cari all'artista), ma la rappresentazione è improntata su linee limitate. Forma e contenuti, con la semplicità tecnica di solo bruno Van Dyck alquanto diluito, ricostruiscono un efficace linguaggio di immediatezza, resa attraverso una spartizione monocromatica di luci e ombre, rapida e di carattere ''bozzettistico'' come si può evincere dall'imperfezione dei contorni resi di getto e dalla correzione della posizione della croce.
Acci, con poche tracce di colore, affrontando un tema di alta spiritualità, riesce a dar forma a una composizione spoglia, di drammaticità accentuata: un'immagine di dolore incommensurabile e composto, quasi estatico, in un silenzio che non si esaurisce nello sguardo, ma si prolunga nella partecipazione emotiva di chi osserva.
«Quis est homo, qui non fleret, Matrem Christi si vidéret in tanto supplicio?»Chi non piangerebbe vedendo la Madre di Cristo in tanto supplizio? STABAT MATER, Jacopone da Todi XIII sec., attribuzione tradizionale |
Il pittore riprende la narrazione della Passione e Morte di Cristo, tema da lui profondamente sentito; dopo aver portato a compimento, nel 1966, la grande tela del Crocifisso (cm 300 × 255,5), esito di un lungo percorso di studio avviato già nel 1945, egli torna a confrontarsi con quel medesimo volto. I pochi tratti fisionomici che qui delineano il viso di Gesù sembrano infatti riaffiorare inconsciamente quasi per memoria, richiamando quelli elaborati per la Crocifissione. Una fisionomia che l’artista ebbe forse occasione di rivedere un’ultima volta proprio quando l’opera venne definitivamente collocata nella chiesa di Sant’Anna di Stazzema nel 1978. |
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O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio! Figlio, chi dà consiglio al cor me’ angustïato? Figlio occhi iocundi, figlio, co’ non respundi? Figlio, perché t’ascundi al petto o’ si lattato?». [...] |
«Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita, figlio de la sparita, figlio attossecato! Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio, figlio, e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato! |
Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo, figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato? Figlio dolc’e placente, figlio de la dolente, figlio àte la gente mala mente trattato. PIANTO DELLA MADONNA, Jacopone da Todi
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Si ringrazia il collezionista dott. Alberto Canale, che "ha scovato" questo piccolo dipinto di Giovanni Acci, opera finora sconosciuta e a lungo rimasta nell’oblio.
Maria Acci, Venerdi Santo 3 aprile 2026





